Minestrone di isole

Siamo un’isola. Lo abbiamo scoperto da poco, dobbiamo ancora abituarci.
“Ce l’ha detto l’Europa”: stavolta non è uno slogan portatore di sciagure, ma l’inizio di una svolta, sancita ufficialmente il 4 febbraio 2016, quando il Parlamento europeo, con 495 voti su 693, ha approvato la risoluzione presentata in Aula dal PPE.
Sicilia e Sardegna insieme, unite nella buona e nella cattiva sorte dalla geografia e dal collegio elettorale unico, che le costringe ad esprimere i propri rappresentanti a Strasburgo in modo congiunto e casuale, in forza di una anacronistica legge italiana, la legge 18 del 1979. Più volte emendata in favore di alcune realtà repubblicane, non è mai stata ridiscussa una seria ripartizione dei collegi per le isole maggiori. Pertanto la Sardegna, che ha quasi 1.650.000 abitanti (contro i circa 5 milioni siciliani), esprime meno europarlamentari di Lussemburgo e Malta (tra i 400.000 e i 500.000 abitanti), Estonia (1.300.000 abitanti), e così via. Ma questa, che pure c’entra parecchio, è un’altra storia.
Finalmente, a livello europeo, anche per noi, si può applicare a titolo pieno l’articolo 174 del TFUE, che recita:

“Per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale.
In particolare l’Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite.
Tra le regioni interessate, un’attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna”.

Sicilia e Sardegna diventano regioni insulari sotto un profilo formale. Avranno più facile accesso ad una serie di programmi europei per la coesione. Non più solo “Obiettivo Uno”, da cui la Sardegna è uscita nel 2013.
Intanto, per la Costituzione italiana, Sardegna e Sicilia non sono isole nemmeno ora. Sono Regioni a Statuto speciale, alla stregua di Valle d’Aosta e Friuli Venezia-Giulia, che isole non sono di certo, così come neppure le Province autonome di Trento e Bolzano.
La Costituzione italiana è meno sensibile alle proprie Regioni autonome, rispetto alle maglie larghe delle omologhe carte fondamentali di altri Paesi europei. Le recenti riforme costituzionali incrinano il rapporto di rappresentanza delle minoranze all’interno del Parlamento romano ponendo una serie di dubbi di legittimità sul nuovo testo. Uno Stato centrale forte, con una propensione ad assumere in capo a sé più poteri e maggiori competenze, è in controtendenza rispetto a ciò che il resto d’Europa mostra di capire, a passi lenti.
I vantaggi di essere Isola. Persone e merci.
Occorre abbattere il regime di monopolio che, bene o male, ha collegato le due sponde del Mediterraneo via nave. ‘Flotta sarda’ e altri escamotages non hanno scalfito lo scandalo di un biglietto che, anche in bassa stagione, raggiunge cifre riservate solo a chi può permettersi il lusso di raggiungere una terra circondata dall’acqua.
Dall’altra, la fuga dei vettori aerei low cost fa paura. Negli ultimi anni tale presenza ha illuso sardi e visitatori europei che muoversi da e per l’Isola fosse, tutto sommato, normale. Ora che la musica cambia e le compagnie annunciano di volar via, sono state prospettate delle soluzioni percorribili nel breve e medio periodo.
Un conto è scegliere come spostarsi, a qualsiasi orario e con un ricco ventaglio di opportunità. Discorso diverso è vivere in prigionia senza una colpa, per una libertà negata da altri, mascherata dal pretenzioso sintagma “continuità territoriale” .
Per la Sardegna, la mobilità deve essere garantita come diritto dei cittadini, e non può essere declassata a servizio offerto a dei meri consumatori secondo anonimi equilibri di mercato.
In parole povere, che più povere non si può, per una credibile politica di continuità territoriale delle persone:
tot collegamenti quotidiani con tot città ad un prezzo calmierato, poniamo, 40 euro andata e ritorno tasse incluse (oggi sono circa 150 euro). Condizioni di trasporto elementari, ma accessibili a chiunque. Sardi e non. Se poi un privato vuole ‘battere la concorrenza’ del sistema pubblico, che tratti con le autorità per aggiudicarsi altre linee con altre fasce orarie; offra più servizi durante il volo per intercettare un certo tipo di clientela. Così, a ciascuno è riconosciuto il suo.

Merci. Energia, produzione, trasporto, distribuzione. In Sardegna è tutto più difficile.
Secondo alcune associazioni di consumatori, un piatto di pasta preparato a Cagliari costa tre volte di più rispetto a Bologna. Limitiamoci ad una boutade: la Sardegna viene utilizzata come punto di snodo per materiali e risorse; paradossalmente non è allacciata alla rete di distribuzione come un qualsiasi centro del continente a cui tali beni sono destinati.
Solo bombe ed eserciti internazionali trovano pronta e facile dislocazione nelle innumerevoli servitù militari, nel silenzio dei media.

La giurisprudenza della Corte di giustizia europea pullula di sentenze che hanno condannato l’Italia per la violazione dei Trattati europei in materia di libera concorrenza, in relazione alla pioggia di aiuti di Stato che sono stati erogati alle imprese investitrici in Sardegna. Un popolo di produttori autonomi – perlopiù allevatori ed agricoltori – è stato trasformato in una incolore massa di consumatori che non ha le risorse economiche per acquisire beni o servizi. Il famigerato ‘miracolo industriale’ ha lasciato dietro di sé inoccupati e terre incolte. Ad entrambi è stata cancellata l’identità. E oggi, la desertificazione, lo spopolamento e l’estinzione sono pericolo tangibile, misurabile con numeri e statistiche.
Il sistema Sardegna è stato drogato per anni, ha generato scompensi di ogni tipo. Intere porzioni di territorio vivono di pensioni di invalidità, ammortizzatori sociali e non hanno alcuno spiraglio di ripresa.
L’assistenzialismo spinto è parte del problema, non la soluzione. Non esiste un vero piano di sviluppo economico. Al momento non c’è, nell’agenda delle istituzioni italiane, un “dossier Sardegna”.
La rivoluzione dello stato d’insularità non consiste nell’ “avere più soldi” da sperperare, e non si limita a risolvere la moltitudine di vertenze aperte.
I soldi non sono l’obiettivo di questo riconoscimento a livello europeo. Non bisogna confondere la causa con l’effetto.
Da che mondo è mondo, la Sardegna è sempre stata un’isola. Ora, è solo una questione di prospettiva: continuare a considerarci periferia arretrata di uno Stato che ci tratta come colonia, parco giochi artificiale di stagione, o spezzare le nostre catene modificando regole e abitudini radicate.

Occorre una visione d’insieme. Tracciamo una serie di punti.

– Avviare il processo di riscrittura dello Statuto RAS a Cagliari, esercitando in modo pieno i poteri inespressi dell’attuale Autonomia. Per far ciò serve una maggioranza cospicua all’interno del Consiglio regionale, un dialogo aperto con la Giunta, e per salvaguardare i progressi ottenuti in itinere, blindare dei passaggi che sopportino un’eventuale conclusione anticipata della legislatura. Cosicchè, laddove ci fosse un intervallo elettorale, il processo di riscrittura dello Statuto non riparta da zero.

– Premere per un collegio separato al Parlamento europeo in cui la Sardegna non sia accorpata a nessun’altra entità territoriale, intervenendo sulla legge 18 del ’79 a Roma. Anche qui occorrono i numeri, da cercare ad esempio tra le fila dei parlamentari eletti nelle circoscrizioni delle Regioni a Statuto speciale.

– Rendere permanente la nostra presenza all’interno delle istituzioni europee come il Comitato delle Regioni a Bruxelles. E’ un ufficio quasi sempre vuoto, dove troppo di rado il Presidente della RAS si reca. La Sardegna non può permettersi di mancare neppure un giorno all’interno di uno dei massimi organi consultivi dell’architettura istituzionale europea.

– Raggiungere un accordo politico atto a modificare la Costituzione italiana inserendo la parola “Isola” e ritrattare la ripartizione delle competenze con lo Stato, in continuità con quanto riconosciuto dal Parlamento europeo, per poter incidere anche sulle attività della Commissione a Bruxelles, con concretezza.

Nel frattempo, costruire un fronte politico comune sul territorio, aggregato sui temi che accomunano le infinite particelle subatomiche dell’universo indipendentista, e trovare una quadratura con chi, seppure dipendente dai partiti italiani, è già oggi all’interno delle istituzioni e può spostare il baricentro delle decisioni che riguardano la Sardegna. Sì, è difficile, perché dobbiamo snaturare noi stessi. Ma noi oggi, così frammentati rispetto all’Italia, siamo semplicemente irrilevanti.
Rendere l’opinione pubblica sarda consapevole, spronarla alla critica e all’idea di un benessere diffuso e possibile. Trasversale e duraturo per una Nazione senza Stato come la nostra.
Il nostro obiettivo zero, è accorgerci di essere centro strategico per l’Europa e ponte interculturale del Mediterraneo. Siamo un’Isola, ma nessuno di noi vuole più rimanere isolato dagli altri. Prendiamoci la nostra responsabilità, e diventiamo ciò che siamo.

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