#Note 9

(del 16/9/2015)

Di nuovo al banco, prima di un imbarco. Inganno il tempo sempre allo stesso modo.
Ho un’ossessione per le mappe geografiche. Le adoro. Le guardo in continuazione e spesso nel farlo mi perdo, fissando un punto su una cartina. Ci entro dentro quasi fisicamente. Col pensiero provo ad ingrandire la parte di mondo su cui ho posato gli occhi, come fosse lo sguardo di un satellite. Talvolta ci riesco. Visualizzo le strade, le voci, la lingua, il clima. Persino la musica, se le orecchie partecipano a questo stato di ipnosi. Così attraverso porzioni di terra in cui non sono mai stato, provo emozioni per qualcosa che ho solo sentito. Se sapessi disegnare, immortalerei tutto questo.
Migliaia di ragazzi lasciano il Sud America e arrivano in Europa. Chiedete a queste anime perché e le frasi ricorrenti saranno: “per lavorare, per studiare”. Fermatevi con loro e quelle risposte, articolate, gronderanno lacrime e parole di speranza.
Una ragazza con occhi e capelli scuri come la notte, pelle color caramello, e una voce dolce per poter indorare le parole più truci: “Voglio potermi muovere a piedi da sola la notte. Voglio poter avere in tasca il mio telefono, sapendo che anche se dovessero rubarmelo non mi uccideranno. Perché la mia vita non può valere meno di uno stupido oggetto (…). Nel mio Paese l’età media della prima gravidanza è spesso coincidente con l’arrivo del primo ciclo mestruale, tra gli 11 e i 13 anni (…). Il salario medio è di circa 20 dollari al mese. Non c’è la guerra. Ma moriamo lo stesso ogni giorno”.
Due ragazzi, entrambi scuri e barbuti, uno curdo, l’altro turco, sbarcano il lunario scarrozzando i turisti su un risciò alla sera per le chiassose strade di Temple Bar. Condividono molto, ma decidono di non parlare mai di politica tra loro, perché è fonte di tensione: il turco chiama le terre curde “neverland”; il curdo chiama i turchi “nazisti”. Durante una lezione di inglese ricevono entrambi una telefonata. Prima esce uno. Poi anche l’altro. Un grido. Due. Un attentato al confine con la Siria. Entrambi hanno perso qualcuno di caro, per parti opposte. Nonostante l’odio che hanno ereditato, il dolore li accomuna e si abbracciano senza dir nulla. Singhiozzano.
Due donne di mezz’età danno indicazioni su come raggiungere un palazzo nella parte ovest della città. La prima, alta col naso adunco, misura le distanze in yard; la seconda, tarchiata, con accento più marcato, interviene a sua volta, ma in metri. Una si esprime in miglia, l’altra converte in chilometri. Alla richiesta più specifica di dove si trovi il muro della pace, la spilungona ne nega l’esistenza e gira i tacchi. L’altra, a bassa voce, rivela il segreto, con occhi vitrei. La guerra nel nord dell’Irlanda non è mai finita. Il muro separa ancora in due Belfast. Una città fantasma, silenziosa, dove domina il grigio e qualsiasi simbolo che non sia George Best diventa un problema. Il municipio, dopo gli ultimi scontri per l’esposizione della Union Jack, è spoglio. Il transito di veicoli da una parte all’altra del muro è sorvegliato, e se i tuoi bambini hanno un nome gaelico anzi, Irish, potrebbero avere spiacevoli incontri se finissero a giocare nel quartiere sbagliato. Parole ricorrenti: apartheid, cattolici e protestanti. Anno Domini 2015. Europa, signore e signori. Per dire.
C’è molto altro. E ci sono io, piccolo come una formica, sardo come tanti altri, in giro, per ascoltare un pezzo di mondo e conoscerlo, con la paura di non avere abbastanza tempo per vederlo, non avere abbastanza risorse per incontrarlo. Abbastanza strumenti per capirlo. Non avere abbastanza cuore e fegato per amarlo in modo incondizionato.
Ci provo lo stesso, al costo di farmi male.
E mi sento intimamente come Hugh Grant, con la camicia zuppa d’acqua in un bacio liberatorio con Andy MacDowell, come se fosse la mia ultima pioggia.
Coraggioso come lo stesso Grant in “Notting Hill”, quando raggiunge Julia Roberts e di fronte alla stampa si scusa, nudo nell’animo, per essere un “cazzone avariato”.
Invece la sensazione più cruda è quella di una realtà in cui anche il più romantico dei tentativi si conclude come Benito Urgu quando batte la punizione in bianco e nero nel film l’”Arbitro”: col culo per terra.
I conflitti, le tragedie, i cuori che si lacerano, le carni che si mischiano nonostante tutto, anche quando il destino ha fatto nascere due stelle uguali in due angoli opposti di cielo.
Mi chiedo perché. L’unico commento che attenua l’inspiegabile risuona in “Blow”, quando Boston George, davanti al proprio giudice dice: “Quale sarebbe la mia colpa? Io in fondo ho solo attraversato una linea immaginaria…”. Forse è vero che, nonostante le nostre radici, siamo senza appartenenza.
Nessuno è colpevole di come va il mondo, ma tutti ne determiniamo il verso e alimentiamo le stesse dinamiche che non ci piacciono e che intimamente aborriamo.
Non c’è nessuna morale: solo un ultimo sorso, dolceamaro, prima dell’ennesimo volo.
Tutte le relazioni a distanza, finché non inventeremo il teletrasporto, varranno la pena di essere vissute solo da dei giocatori d’azzardo. Tutti gli altri, sino ad allora, resteranno timide comparse.

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