#Note 7

(del 25/6/2015)

Ognuno di noi ha un posto preferito. Un rifugio dove sentirsi libero e al sicuro. Se fosse un castello, la mia fortezza sarebbe senza mura. Terra e polvere. Un piccolo ammasso di pietre calcaree senza padrone. Un riparo in cui far riposare occhi fragili e stanchi: i miei. Da qui, dove penso e scrivo, vedo la mia città. Guardatela anche voi al tramonto o, come ora, all’alba. È rosa, beige, bianca, giallo ocra. Colori pastello su una tela chiara, infinita.
Si arrampica sui colli, si bagna negli stagni, si perde nell’immensità di un mare nostro e di nessuno.
Vengo qui per trovare pace, non risposte alle domande che mi tormentano e, spesso, mi conducono altrove, al di là di questo blu sfumato.
Io da qui sopra vedo anche voi. Ma voi non potete vedere me dalla lingua d’asfalto che percorrete, lontani, sotto i miei piedi. Posso sentire il vento, come lo sentite voi. Ma il vostro porta via l’umido che vi soffoca, dandovi sollievo. Qui porta il profumo del cisto, e mi appaga.
Questo spazio non è mio. Non l’ho comprato. Nessuno potrebbe dargli un prezzo né riuscirebbe a tenerne stretto il minimo frammento tra le mani.
È unico, non scontato. Come l’amore di una madre per un figlio che sa, nonostante tanta bellezza, nonostante il suo tepore, che non potrà trattenerlo in eterno.
Vado via con il peso di una promessa che come un fardello mi perseguita: dare il massimo, comunque debba andare. Scrollo via la polvere dai pantaloni e riprendo il cammino. Sono certo che vedrò ancora quest’alba e che questo vento non smetterà mai di soffiare, ad ogni latitudine. Questa terra è viva, respira, e merita di essere amata sopra ogni cosa. Forse la chiave della felicità di molti di noi sta qui, in mezzo ai ciottoli. Vedremo. Siamo appena a pagina uno

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